La violenza economica sulle donne: l'educazione finanziaria è uno dei primi passi
La violenza si nasconde sotto mentite spoglie quando non si esprime attraverso la forza fisica, in particolare la violenza contro le donne. Esistono modi più subdoli e ugualmente dolorosi per rendere una donna impotente e alla mercè dell’uomo. Uno dei più vili è quello attraverso il quale i pregiudizi di una cultura patriarcale basata su antiquati ruoli di genere impediscono alla donna una propria autonomia economica.
Violenza economica: a che punto siamo?
Nella realtà di molte famiglie, ancora oggi e nonostante tutto, le donne sono ben lontane dall’emancipazione economica, anche quando hanno un loro lavoro e potrebbero aspirare all’indipendenza: si tratta di realtà nelle quali il controllo e la gestione del denaro è ancora nelle mani dell’uomo, del padre di famiglia, di colui che, nella teoria ma spesso non nella pratica, ha il dovere, costituzionalmente garantito, di provvedere alle necessità della famiglia e pertanto il diritto (presunto) di decidere cosa fare del denaro.
Sia chiaro, non si tratta sempre e solo di violenza perpetrata da un uomo verso una donna, si tratta di dinamiche disfunzionali che sono presenti anche in senso contrario o all’interno di diversi nuclei familiari. È però vero che quello della violenza contro le donne è una piaga che nel nostro paese è fortemente radicata e che si esprime troppo spesso in una debolezza economica femminile rafforzata da una mancanza di cultura finanziaria di base.
È risaputo che a parità di titoli di studio e di competenze, di ambizioni, di inquadramento contrattuale e mansioni, a parità di opportunità, l’uomo ha la possibilità ancora oggi di garantire maggiore disponibilità e le aziende sono disposte a pagare di più un uomo che una donna, garantendogli di conseguenza anche reddito maggiore e possibilità di costruire il proprio futuro economico con basi più solide.
Se una famiglia può e deve funzionare come un’azienda, nella quale i ruoli possono essere distribuiti e si può decidere di comune accordo di affidare a uno dei membri il controllo delle risorse economiche, quando il contesto familiare e culturale crea le basi di un sopruso nel nome del buon funzionamento della famiglia tradizionale, si apre la strada alla violenza, anche psicologica e fisica.
Quanto alla normativa di Diritto internazionale, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di diritto femminile è la Convenzione di Istanbul, adottata dal Consiglio d'Europa l'11 maggio 2011 ed entrata in vigore il 1° agosto 2014.
L'art. 3 della Convenzione di Instanbul, in vigore dal 2014, definisce la violenza nei confronti delle donne come "una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata" e la violenza domestica come "tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all'interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l'autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima".
La violenza economica contro le donne: i dati
La violenza economica in Italia è presente nel 38% dei casi di violenza. L’11% dei casi, secondo dati Istat, è legato a violenza psicologica. L’autore è il partner convivente (59 volte 100), nel 23% un ex partner, nel 9,5% un altro familiare o parente.
Questo tipo di violenza si presenta sotto diverse forme:
- la privazione della retribuzione o il suo controllo coercitivo,
- l’impedimento a svolgere o a ricercare lavoro di qualsiasi tipo,
- la concessione di piccole somme di denaro anche solo per le esigenze personali,
- l’imposizione di firme a garanzia e/o richieste di attività lavorative non retribuite,
- ludopatie digitali che minano la stabilità economica familiare.
Questi dati sono stati presentati da Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation, fondazione nata nel 2016 per diffondere l’educazione finanziaria e digitale con l’obiettivo di contrastare la violenza economica e promuovere azioni di inclusione sociale.
Una ricerca condotta da Episteme su un campione di 752 donne e 251 uomini rilevache il 55,2% degli uomini dichiara di essere la persona che in famiglia si prende cura della gestione degli aspetti finanziari, mentre questo dato scende al 37,6% nel campione femminile. L’85% degli uomini dichiara di avere un reddito personale, ma questo accade solo per il 63% delle donne.
L’importo stesso di tale reddito risulta più alto per gli uomini (nel 62,7% dei casi). Altro dato significativo riguarda il possesso di un conto corrente personale: il 91,3% degli uomini ne possiede uno, mentre per le donne si scende al 79%.
Il report sottolinea poi che gli uomini hanno maggior interesse e conoscenza dei temi economici, una maggiore capacità di risparmio e una maggiore propensione all’investimento. Questo si verifica meno nelle donne, sebbene il loro atteggiamento riguardo alla gestione del denaro venga molto influenzato da aspetti anagrafici e socio-culturali. Ad esempio, il target delle giovani laureate mostra avere maggiore propensione al risparmio e all’investimento, maggiore confidenza con i temi economici (conoscenza e aggiornamento) e maggiore interesse alla formazione in ambito economico.
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Le giovani donne rischiano di cambiare la situazione
Esistono incoraggianti spiragli di luce. Le giovani donne sono più consapevoli e hanno più denaro da gestire in modo autonomo. Come abbiamo visto in un articolo precendente, un’indagine in collaborazione tra il Forum per la Finanza Sostenibile e Doxa, con il sostegno di Etica Sgr. AXA Investments Managers con GFK, ha rilevato che:
- quasi una donna su due (44%) assume decisioni autonomamente per quanto riguarda gli aspetti finanziari, sebbene abbia una maggior propensione a confrontarsi con gli altri componenti del nucleo familiare.
- Le donne inoltre investono con uno sguardo più attento al risparmio per se stesse e per il futuro (il 35% rispetto al 28% degli uomini) con un orizzonte temporale di medio termine, con capitale immobilizzato per almeno 5 anni.
- Le donne sono anche investitori prudenti e preferiscono investimenti a basso rischio (59%) anche se meno redditizi. La rischiosità è fondamentale nella scelta di investimento per il 65% delle intervistate (dato che scende al 53% negli uomini)
- 6 donne su 10 si informa costantemente sui prodotti di risparmio attraverso un consulente (44%), la propria banca o assicurazione (il 48% delle donne rispetto al 37% degli uomini) e in misura molto inferiore informandosi su blog e siti web (il 26% delle donne a fronte del 40% degli uomini)
- Una scelta ponderata passa attraverso un consulente esperto: per 1 donna su due la scelta ricade su un prodotto consigliato (rispetto al 39% degli uomini) e solo il 15% non ha un consulente che la segue.
- Resta relativamente bassa, ma equiparata a quello degli uomini, la percentuale di coloro che hanno piena fiducia negli intermediari. Solo il 20% si fida in generale di banche e istituti finanziari.
- Le donne, ancora una volta, si dimostrano più sensibili a temi quali sostenibilità ambientale, economica e sociale. Per il 77% delle donne, contro il 69% degli uomini, la sostenibilità è un fattore importante nelle decisioni di investimento.
La strada è lunga ma inizia con il primo passo: il PAC in oro fisico
La violenza economica è ancora un tema importante nel panorama italiano, ma c’è una luce in fondo al tunnel. Se è vero che le donne oggi hanno un maggior potere finanziario e decisionale rispetto al passato (e ci mancherebbe!) è ora di fare la differenza.
Oltre alla creazione di una pensione integrativa a tutela del proprio futuro, è bene investire anche sul presente e sul medio termine. Il modo più intelligente di farlo è differenziare i propri investimenti e risparmi, anche quando la quantità di denaro investito è piccola, se si è all’inizio del proprio percorso lavorativo o si ha un reddito basso.
Oltretutto in un contesto economico fortemente instabile è ancora più importante puntare sui beni rifugio, il miglior modo di investire e risparmiare nello stesso tempo
E per ben compensare investimento e risparmio, l’ideale è mettere al sicuro parte del proprio capitale e investire subito, a 20 o 50 anni, in oro fisico, in una (o tutte) delle sue forme
un Piano di Accumulo Capitale in oro fisico, al costo di circa 14 cent al giorno (circa 60€/anno), flessibile (decidi tu quanto e quando acquistare o liquidare) e semplice come un conto corrente
Lingottini d’oro da tenere in cassaforte, in una cassetta di sicurezza o nei nostri caveau, assicurati e garantiti
L’oro fisico è una certezza:
- È esente dall’IVA
- devi pagare solo la tassa sul plusvalore in caso di guadagno tra l’acquisto e la vendita
- è sempre sotto il tuo diretto controllo
- l’oro fisico è tuo e di nessun altro
- puoi impostare l’addebito automatico del tuo piano di accumulo sul tuo conto corrente e veder crescere il tuo patrimonio senza fare nulla
- non risente dell’inflazione e nel lungo periodo non perde il suo valore, a differenza del denaro lasciato sul conto corrente
- L’acquisto di piccole cifre periodiche nel piano di accumulo permette di annullare picchi al rialzo o al ribasso, mantenendo una crescita costante del patrimonio senza risentire della naturale volatilità del metallo giallo.
20, 30 o 40 anni è questo il momento di iniziare a mettere al sicuro i tuoi risparmi.
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