Martedì, 12 luglio 2022

La violenza economica sulle donne: l'educazione finanziaria è uno dei primi passi

La violenza si nasconde sotto mentite spoglie quando non si esprime attraverso la forza fisica, in particolare la violenza contro le donne. Esistono modi più subdoli e ugualmente dolorosi per rendere una donna impotente e alla mercè dell’uomo. Uno dei più vili è quello attraverso il quale i pregiudizi di una cultura patriarcale basata su antiquati ruoli di genere impediscono alla donna una propria autonomia economica.

Violenza economica: a che punto siamo?

Nella realtà di molte famiglie, ancora oggi e nonostante tutto, le donne sono ben lontane dall’emancipazione economica, anche quando hanno un loro lavoro e potrebbero aspirare all’indipendenza: si tratta di realtà nelle quali il controllo e la gestione del denaro è ancora nelle mani dell’uomo, del padre di famiglia, di colui che, nella teoria ma spesso non nella pratica, ha il dovere, costituzionalmente garantito, di provvedere alle necessità della famiglia e pertanto il diritto (presunto) di decidere cosa fare del denaro.

Sia chiaro, non si tratta sempre e solo di violenza perpetrata da un uomo verso una donna, si tratta di dinamiche disfunzionali che sono presenti anche in senso contrario o all’interno di diversi nuclei familiari. È però vero che quello della violenza contro le donne è una piaga che nel nostro paese è fortemente radicata e che si esprime troppo spesso in una debolezza economica femminile rafforzata da una mancanza di cultura finanziaria di base.

È risaputo che a parità di titoli di studio e di competenze, di ambizioni, di inquadramento contrattuale e mansioni, a parità di opportunità, l’uomo ha la possibilità ancora oggi di garantire maggiore disponibilità e le aziende sono disposte a pagare di più un uomo che una donna, garantendogli di conseguenza anche reddito maggiore e possibilità di costruire il proprio futuro economico con basi più solide.

Se una famiglia può e deve funzionare come un’azienda, nella quale i ruoli possono essere distribuiti e si può decidere di comune accordo di affidare a uno dei membri il controllo delle risorse economiche, quando il contesto familiare e culturale crea le basi di un sopruso nel nome del buon funzionamento della famiglia tradizionale, si apre la strada alla violenza, anche psicologica e fisica.

Su questo tema abbiamo chiesto un parere legale all’Avv. Simona Lioi di Firenze che tratta la materia della violenza economica
Ci dice che: “Sottrarre le risorse o l’autonomia di gestione delle risorse è una violenza subdola, un lento stillicidio di grande impatto nella debilitazione della vittima. Non avere l’appiglio di un’autonomia economica per sottrarsi ai soprusi porta ad un lento e graduale stato di sottomissione che si fa terreno fertile anche per la violenza psicologica e poi verbale fino a sfociare infine alla violenza fisica.(…) Essere vittima di violenza economica può provocare un danno patrimoniale ma anche esistenziale e morale quando limita la definizione di sé, il proprio autonomo sostentamento, la libera scelta di una particolare alimentazione, la cura della propria immagine, la cura della persona, libertà come recarsi dal parrucchiere o dall'estetista, acquistare capi di abbigliamento o calzature che possano valorizzare la figura e dare più sicurezza in se stessi, acquistare profumi, trucchi, accessori, fare prevenzione medica e oncologica e investire nella cura della propria salute, il poter dedicare il proprio tempo libero a coltivare una passione, un talento, uno sport, amicizie anche nuove, hobby, l’avere adeguati ed autonomi contratti telefonici per comunicare e socializzare, l’avere un proprio conto corrente e una propria carta di credito, avere dei propri risparmi e avere la libertà di gestirli, spenderli o investirli.” (avv. Simona Lioi - La violenza economica)

Quanto alla normativa di Diritto internazionale, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di diritto femminile è la Convenzione di Istanbul, adottata dal Consiglio d'Europa l'11 maggio 2011 ed entrata in vigore il 1° agosto 2014.

L'art. 3 della Convenzione di Instanbul, in vigore dal 2014, definisce la violenza nei confronti delle donne come "una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata" e la violenza domestica come "tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all'interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l'autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima".

La violenza economica contro le donne: i dati

La violenza economica in Italia è presente nel 38% dei casi di violenza. L’11% dei casi, secondo dati Istat, è legato a violenza psicologica. L’autore è il partner convivente (59 volte 100), nel 23% un ex partner, nel 9,5% un altro familiare o parente.

Questo tipo di violenza si presenta sotto diverse forme:

  • la privazione della retribuzione o il suo controllo coercitivo,
  • l’impedimento a svolgere o a ricercare lavoro di qualsiasi tipo,
  • la concessione di piccole somme di denaro anche solo per le esigenze personali,
  • l’imposizione di firme a garanzia e/o richieste di attività lavorative non retribuite,
  • ludopatie digitali che minano la stabilità economica familiare.

Questi dati sono stati presentati da Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation, fondazione nata nel 2016 per diffondere l’educazione finanziaria e digitale con l’obiettivo di contrastare la violenza economica e promuovere azioni di inclusione sociale.

Una ricerca condotta da Episteme su un campione di 752 donne e 251 uomini rilevache il 55,2% degli uomini dichiara di essere la persona che in famiglia si prende cura della gestione degli aspetti finanziari, mentre questo dato scende al 37,6% nel campione femminile. L’85% degli uomini dichiara di avere un reddito personale, ma questo accade solo per il 63% delle donne.

L’importo stesso di tale reddito risulta più alto per gli uomini (nel 62,7% dei casi). Altro dato significativo riguarda il possesso di un conto corrente personale: il 91,3% degli uomini ne possiede uno, mentre per le donne si scende al 79%.

Il report sottolinea poi che gli uomini hanno maggior interesse e conoscenza dei temi economici, una maggiore capacità di risparmio e una maggiore propensione all’investimento. Questo si verifica meno nelle donne, sebbene il loro atteggiamento riguardo alla gestione del denaro venga molto influenzato da aspetti anagrafici e socio-culturali. Ad esempio, il target delle giovani laureate mostra avere maggiore propensione al risparmio e all’investimento, maggiore confidenza con i temi economici (conoscenza e aggiornamento) e maggiore interesse alla formazione in ambito economico.


Approfondimento
Anno 2021, donne ancora al bivio tra risparmio e investimento

Le giovani donne rischiano di cambiare la situazione

Esistono incoraggianti spiragli di luce. Le giovani donne sono più consapevoli e hanno più denaro da gestire in modo autonomo. Come abbiamo visto in un articolo precendente, un’indagine in collaborazione tra il Forum per la Finanza Sostenibile e Doxa, con il sostegno di Etica Sgr. AXA Investments Managers con GFK, ha rilevato che:

  • quasi una donna su due (44%) assume decisioni autonomamente per quanto riguarda gli aspetti finanziari, sebbene abbia una maggior propensione a confrontarsi con gli altri componenti del nucleo familiare.
  • Le donne inoltre investono con uno sguardo più attento al risparmio per se stesse e per il futuro (il 35% rispetto al 28% degli uomini) con un orizzonte temporale di medio termine, con capitale immobilizzato per almeno 5 anni.
  • Le donne sono anche investitori prudenti e preferiscono investimenti a basso rischio (59%) anche se meno redditizi. La rischiosità è fondamentale nella scelta di investimento per il 65% delle intervistate (dato che scende al 53% negli uomini)
  • 6 donne su 10 si informa costantemente sui prodotti di risparmio attraverso un consulente (44%), la propria banca o assicurazione (il 48% delle donne rispetto al 37% degli uomini) e in misura molto inferiore informandosi su blog e siti web (il 26% delle donne a fronte del 40% degli uomini)
  • Una scelta ponderata passa attraverso un consulente esperto: per 1 donna su due la scelta ricade su un prodotto consigliato (rispetto al 39% degli uomini) e solo il 15% non ha un consulente che la segue.
  • Resta relativamente bassa, ma equiparata a quello degli uomini, la percentuale di coloro che hanno piena fiducia negli intermediari. Solo il 20% si fida in generale di banche e istituti finanziari.
  • Le donne, ancora una volta, si dimostrano più sensibili a temi quali sostenibilità ambientale, economica e sociale. Per il 77% delle donne, contro il 69% degli uomini, la sostenibilità è un fattore importante nelle decisioni di investimento.

La strada è lunga ma inizia con il primo passo: il PAC in oro fisico

La violenza economica è ancora un tema importante nel panorama italiano, ma c’è una luce in fondo al tunnel. Se è vero che le donne oggi hanno un maggior potere finanziario e decisionale rispetto al passato (e ci mancherebbe!) è ora di fare la differenza.

Oltre alla creazione di una pensione integrativa a tutela del proprio futuro, è bene investire anche sul presente e sul medio termine. Il modo più intelligente di farlo è differenziare i propri investimenti e risparmi, anche quando la quantità di denaro investito è piccola, se si è all’inizio del proprio percorso lavorativo o si ha un reddito basso.

Oltretutto in un contesto economico fortemente instabile è ancora più importante puntare sui beni rifugio, il miglior modo di investire e risparmiare nello stesso tempo

E per ben compensare investimento e risparmio, l’ideale è mettere al sicuro parte del proprio capitale e investire subito, a 20 o 50 anni, in oro fisico, in una (o tutte) delle sue forme

un Piano di Accumulo Capitale in oro fisico, al costo di circa 14 cent al giorno (circa 60€/anno), flessibile (decidi tu quanto e quando acquistare o liquidare) e semplice come un conto corrente

Lingottini d’oro  da tenere in cassaforte, in una cassetta di sicurezza o nei nostri caveau, assicurati e garantiti

Monete d’oro da investimento

L’oro fisico è una certezza:

  • È esente dall’IVA
  • devi pagare solo la tassa sul plusvalore in caso di guadagno tra l’acquisto e la vendita
  • è sempre sotto il tuo diretto controllo
  • l’oro fisico è tuo e di nessun altro
  • puoi impostare l’addebito automatico del tuo piano di accumulo sul tuo conto corrente e veder crescere il tuo patrimonio senza fare nulla
  • non risente dell’inflazione e nel lungo periodo non perde il suo valore, a differenza del denaro lasciato sul conto corrente
  • L’acquisto di piccole cifre periodiche nel piano di accumulo permette di annullare picchi al rialzo o al ribasso, mantenendo una crescita costante del patrimonio senza risentire della naturale volatilità del metallo giallo.

20, 30 o 40 anni è questo il momento di iniziare a mettere al sicuro i tuoi risparmi.

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