Venerdì, 27 maggio 2022

Rallentamento cinese, economia globale e la strategia dell’oro

In un momento storico in cui tutta l’attenzione è concentrata nel cuore dell’Europa, la Cina svolge un ruolo strategico dal punto di vista geopolitico, ma cerca anche di distogliere l’attenzione da un’economia che per la prima volta da decenni accusa segni di cedimento. Cosa vuol dire questo per l’economia globale e come si sta comportando la Cina nei confronti dell’oro?

La situazione dell’economia cinese oggi: cosa comporta?

Stabilità politica, crescita economica e fitta rete di rapporti internazionali con un’attenzione speciale all’Africa: queste sono state fino ad oggi le linee guida di Pechino. Pandemia e guerra hanno però scombinato gli equilibri e Xi Jinping sta cercando di dare dimostrazione di grande forza e potere contrattuale e commerciale in vista del 20° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese previsto per la fine del 2022. I nodi però stanno venendo al pettine

I numeri dell’economia cinese

Nel 2020 la Cina è cresciuta di un invidiabile 2,3% e nel 2021 dell'8,1%, grazie al rimbalzo dell’attività economica globale, ma il 2022 è iniziato con ombre di rallentamento, basate sui dati trimestrali del 2021, positivi ma in netto calo: +18,3% annuo nel primo trimestre, +7,9% nel secondo, +4,9% nel terzo e +4% nel quarto. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue stime portandole a +4,8%, contro il +5,6% previsto lo scorso ottobre.

A dicembre le prime linee del Ministero del Commercio si sono viste costrette a dichiarare un possibile calo dell'export per il 2022 a causa della contrazione nella domanda estera, dei problemi nelle catene di approvvigionamento (supply chains), delle persistenti incertezze sull'evoluzione della pandemia e delle tensioni geo-politiche.

Le difficoltà del settore privato

I consumi sono crollati a causa dell’aumento di molte materie prime e dei frequenti e rigidissimi lockdown tuttora in vigore. Milioni di imprese private, la maggior parte delle quali piccole e a conduzione familiare, spina dorsale dell’economia cinese, che rappresentano i 3/5 della produzione e i 4/5 dell’occupazione urbana, sono crollate.

I leader cinesi hanno messo in campo numerose misure economiche, tra cui una forte riduzione delle tasse e la riduzione dei tassi di interesse per supportare le imprese in difficoltà, ma la domanda interna resta fortemente indebolita anche a causa di una difficoltà diffusa, calo nei redditi e disoccupazione.

Il calo della domanda interna

La Cina, consapevole di un sentiment sempre meno positivo nei suoi confronti, ha cercato di rafforzarela domanda interna, ma il rallentamento nella crescita della spesa reale pro-capite (img) ha frenato gli entusiasmi.

Le cause di questa difficoltà nella spinta verso i consumi interni sono molteplici:

  • Calo dell’offerta
  • Riduzione delle facilitazioni per l’accesso al credito
  • Salari che restano relativamente bassi (nel 2020 il reddito disponibile pro-capite annuo era di soli 4.200$ e 600 milioni di persone vivono con un reddito mensile di soli 140$)
  • Popolazione che non ha ancora raggiunto determinate esigenze di acquisto tipiche di economie molto avanzate
  • Scoppio della crisi immobiliare

Settore immobiliare cinese ancora in difficoltà

Il settore immobiliare rappresenta il 29% del PIL cinese e vedere un terzo del proprio PIL tremare non è una passeggiata. Il numero delle aziende immobiliari con gravi difficoltà finanziarie è lunga e la situazione piuttosto contorta. Queste aziende stanno cercando di rallentare i progetti e diminuire gli acquisti di terra per conservare una maggiore liquidità, ma dopo un periodo esplosivo che ha portato alla costruzione di milioni di km quadrati di immobili, sia in Cina che in Africa, questo rappresenta un enorme problema.

Le vendite dei terreni fruttavano alle casse pubbliche fino al 7% della produzione economica annuale cinese; per questo i governi locali hanno bloccato assunzioni, bonus e aumenti di stipendio dei dipendenti pubblici e aumentato le tasse sulle imprese per compensare il deficit, creando ulteriori sacche di malcontento e rallentamento dei consumi

Inoltre il calo dei prezzi delle case nelle città più piccole ha danneggiato il valore del patrimonio delle persone, che a sua volta le ha rese meno disposte a spendere.


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Esportazioni sotto pressione

Sappiamo tutti molto bene che le esportazioni sono fondamentali nell’economia cinese e hanno rappresentato l’obiettivo di molte delle mosse politiche internazionali di Pechino degli ultimi decenni. Solo nel 2020 gli investimenti nelle esportazioni ha visto un robusto +13,5% e nel 2021 anche le vendite sono aumentate del 12,5%, in particolare nel settore del lusso, automotive e gioielli.

"Nel periodo 2000-2008, l'export cinese è stato mediamente pari al 28% del PIL, con picchi del 35% negli anni immediatamente precedenti la crisi finanziaria internazionale. Dopo la brusca frenata del 2009 e il rimbalzo (fisiologico) dell'anno successivo, il rapporto export/PIL ha imboccato un percorso di decrescita che lo ha portato stabilmente sotto il 20%. Persino nel 2021 - nonostante un recupero dell'1,6% rispetto al primo anno di pandemia - si è mantenuto sotto tale valore.

Queste dinamiche sono la conseguenza di una commistione di diversi fattori, tra cui il mutato atteggiamento degli Stati Uniti e di altri paesi nei confronti della macchina produttiva e commerciale cinese dopo il 2010." (fonte: Ilsole24ore)

Questa breve panoramica non è nè esaustiva nè autoconclusiva. Approfondire le cause del rallentamento cinese comporterebbe diverse settimane di studi approfonditi di storia, geo-politica e dinamiche economiche e finanziarie internazionali.

Ciò che possiamo però dire con certezza è che il rallentamento della locomotiva cinese avrà inevitabili ripercussioni a livello globale:

  • Diminuzione dei beni importati e importabili dalla Cina
  • Aumento dei prezzi
  • Rallentamento del tasso di crescita globale
  • Ricostruzione dei rapporti di potere economico tra due grandi realtà: Usa/UE da un lato, Cina/India con influenza su Russia e Africa dall’altro

La Cina intanto corre ai ripari e inizia una strategia di accrescimento delle proprie riserve d’oro, la tattica del buy gold for protection, in tandem con la Russia

Cina e Russia accumulano oro. Perché?

Il più grande pericolo rappresentato dalla crisi geopolitica aperto dalla guerra in Ucraina per le economie russa e cinese è un ulteriore squilibrio dell’economia internazionale verso la marginalizzazione dell’euro e la predominanza del dollaro. Per questo entrambi i paesi sono occupati a spostare l’asse dei pagamenti verso oriente e verso una moneta alternativa al dollaro e altrettanto forte.

L’oro continua ad essere tra gli asset più apprezzati come bene rifugio e come riserva strategica contro instabilità finanziaria e guerre valutariePer Cina e Russia acquistare oro  significa resistere alla forza del dollaro.


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Con il rublo in pensatissimo deprezzamento e uno yuan da sempre mantenuto più debole per supportare le politiche mercantilistiche cinesi nei paesi in via di sviluppo, ma che punta a diventare la nuova valuta di riserva, acquistare oro rappresenta la sopravvivenza per l’economia russa e un aumento del capitale fiduciario cinese a sostegno degli acquisti di petrolio dall’Arabia Saudita.

Naturalmente le banche centrali russe e cinesi non sono le uniche a fare incetta di oro negli ultimi anni, così come non si tratta di una novità delle ultime settimane, ma di una politica iniziata diversi anni fa, con la tipica lungimiranza e pazienza che contraddistingue il popolo cinese.

D’altra parte è bene sottolineare che dall’inizio della guerra la domanda di oro destinato a riserva è aumentato del 300% e l’oro viene acquistato anche quando i prezzi sono più alti.

Le banche centrali di Pechino e Mosca fanno da aprifila a una serie di altri Paesi, dall’India al Kazakistan, paesi sui quali è incentrato il possibile secondo polo economico globale a seguito dei mutati equilibri.

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