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L’accordo UE, il rischio default e i risparmi degli italiani

Chi non ha avuto la sensazione di aver schivato una pallottola con questi ultimi accordi all’interno dell’UE? Che poi non è detto che sia tutto risolto, anzi. I rischi ci sono ancora, eccome. Ma è stato gettato all’Italia come a molti altri paesi europei, un salvagente. Eppure non ci sentiamo ancora tranquilli… Vediamo quali sono i numeri, in soldoni, dell’accordo e se i nostri risparmi sono ancora a rischio.

Tutti i numeri dell’intesa sul Recovery Fund e i piani per il futuro

92 ore di negoziati, tanti mal di pancia e qualche scontento, ma anche grandi vittorie. Il piano Next Generation Eu ha messo in campo i 750 miliardi di Euro promessi: 390 miliardi a fondo perduto, una riduzione richiesta dai paesi frugali che beneficeranno anche di ulteriori sconti alla contribuzione del bilancio europeo, e 360 miliardi in prestiti. All’Italia andrà il 28% dei contributi, per un totale di ben 209 miliardi, una cifra molto superiore agli iniziali 172 miliardi, sebbene l’aumento riguardi solo la parte dei prestiti che arriva a 127 miliardi di Euro.

Il nuovo accordo ha invece ridotto i trasferimenti spacchettati tra i programmi, 77,5 miliardi (rispetto ai 190 miliardi pensati dalla Commissione) con l'azzeramento della dotazione di Eu4Healt, il nuovo programma europeo per la sanità e il drastico ridimensionamento del Just Transition Fund e del Fondo agricolo per lo sviluppo rurale. Invariato infine il volume del bilancio europeo, che costituisce la garanzia per le future nuove emissioni, che per il periodo 2021-2027 è rimasto a 1.074 miliardi di impegni.

Tutto ok? Quasi. Il presidente del Consiglio Charles Michel è riuscito ad ottenere il cosiddetto ‘freno di emergenza’ secondo il quale i piani presentati dagli Stati membri dovranno essere approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata, in base alle proposte presentate dalla Commissione. Sarà invece il Comitato economico e finanziario (Cef), i supertecnici dei ministri delle Finanze dei Paesi a valutare il rispetto delle tabelle di marcia e degli obiettivi fissati per l'attuazione dei piani nazionali. Un singolo Paese potrà dunque chiedere di portare la questione sul tavolo del Consiglio Europeo.

E ora? Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Di certo c’è che per qualche mese anche l’Italia può tornare ad un cauto ottimismo. Le promesse del premier non si fanno attendere ed è un tripudio di investimenti strutturali e riforme green, digitali, sostenibili e inclusive.

È stato approvato anche uno scostamento di bilancio da circa 25 miliardi e il 10% dei sussidi che si attendono per i primi mesi del 2021, circa 8 miliardi, potranno essere anticipati per finanziare i progetti già avviati a febbraio 2020. Si attende prima della fine dell’anno un decreto per ripotenziare l’iperammortamento al 200% del costo di acquisto di tecnologie, dai robot agli investimenti in digitalizzazione.

Dopo la pausa estiva di agosto, di cui i nostri politici hanno oggettivamente bisogno dopo questi mesi intensi e complessi, a settembre si riprenderà con la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef). Il piano di rilancio nazionale, in preparazione per ottobre, sarà presentato all'esame degli organismi comunitari con misure dettagliate e importanti e determinerà l'entità delle somme del Recovery Fund Ue destinate all'Italia.

Conti correnti e rischio patrimoniale

Il rischio default è scongiurato? I nostri risparmi sono al sicuro?

Se il rischio default non è del tutto scongiurato è, al momento, fortemente ridotto. La ‘mutualizzazione del debito’ è certamente una manna per tutti quei paesi che hanno subito più direttamente e più intensamente le conseguenze della pandemia.

Per un attimo abbiamo temuto che, non solo l’Italia, ma l’Europa intera fosse a rischio default, in bilico sul ciglio del burrone. Dopo la Brexit, dopo la gestione confusa, a tratti inefficace, sicuramente in ordine sparso dell’emergenza sanitaria, di fronte alle clamorose crisi economico-sociali che si sono aperte in tutti i paesi membri, un’azione diversa da un accordo come quello che è stato stilato nei giorni scorsi avrebbe significato la fine dell’Europa. Per un attimo abbiamo visto la sua fine. Per un attimo l’Italia ha rischiato davvero grosso, come anello più debole di questa catena.

E ora? Inebriati dal successo torniamo alla vita di prima?

 


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Solo poche settimane fa la Banca Centrale Europa aveva lanciato l’allarme sul debito pubblico in un report del Financial Stability Review, un documento che viene pubblicato semestralmente dalla BCE: “L’incremento dei livelli di debito pubblico potrebbe innescare una rivalutazione dei rischi sovrani da parte dei partecipanti al mercato”. Questo fattore, molto pericoloso, potrebbe “riaccendere le pressioni sui titoli di Stato più vulnerabili”.

Il mercato vede ancora oggi l’Italia come un paese ad alto rischio sostenibilità del debito (che nel 2020 sfiorerà comunque il 160%). Le criticità inevitabili portate dalla pandemia si sono aggiunte ai problemi di debito già esistenti, le vulnerabilità dell’Italia che sono un pericolo oggettivo per la stabilità finanziaria dell’Unione.

Per la BCE questa situazione avrà conseguenze dirette anche sulle banche. La Banca Centrale è perfettamente consapevole della recessione che si scatenerà nel breve periodo, soprattutto nelle economie già in difficoltà prima dello scoppio della pandemia. La possibilità che il debito cresca ancora, portando di nuovo ad un rischio default non è una possibilità così remota, tanto che “ha raccomandato alle banche di sospendere temporaneamente il pagamento dei dividendi e i buyback, rafforzando la loro capacità di assorbire perdite”.

È chiaro che quando sono le banche a sentirsi in difficoltà è il momento di correre ai ripari. Ciò non significa svuotare i conti correnti, sarebbe sciocco e avventato. Non significa neppure disinvestire il proprio capitale come se non ci fosse un domani, in un momento in cui l’economia ha ancora più bisogno di capitale privato per continuare a girare.
Significa però che questo è il momento buono per diversificare il proprio portafoglio di investimento acquistando beni rifugio.

 


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