Oro: Il rally strutturale non si ferma. JP Morgan punta ai $6.300 nonostante la correzione

Cosa ha scatenato il violento ribasso di fine gennaio? Gli osservatori puntano il dito su due fattori principali. Andiamo a vedere insieme scrutando le reali motivazioni e quali possibili previsioni.

Il recente scossone che ha colpito il mercato dei metalli preziosi non sembra aver scalfito la fiducia dei grandi colossi bancari. Nonostante il brusco ritracciamento di fine gennaio, JP Morgan ha confermato lunedì una visione fortemente rialzista, indicando come il "investment case" a lungo termine dell'oro rimanga non solo intatto, ma rafforzato. Secondo gli analisti della banca d'affari, il metallo giallo è destinato a toccare i $6.300 l'oncia entro la fine del 2026.

 

Una crescita non lineare: "Resettare e ripartire"

La volatilità delle ultime sessioni ha sollevato dubbi tra i trader retail, ma per JP Morgan si tratta di normale dinamica di mercato. "Anche se la polvere sollevata la scorsa settimana deve ancora depositarsi completamente, ciò non ha fatto deragliare la nostra visione strutturale", hanno dichiarato gli analisti in una nota ai clienti. Il messaggio è chiaro: il rally dell'oro non è, e non sarà mai, una linea retta. La strategia suggerita dalla banca si riassume in tre parole: digerire, resettare e ripetere.

Il motore di questa ascesa rimane la domanda fisica e istituzionale. Le previsioni indicano una domanda media trimestrale superiore alle 700 tonnellate, sostenuta massicciamente dalle Banche Centrali e dagli investitori globali. Guardando ancora più avanti, JP Morgan non esclude che l'oro possa spingersi verso i $6.600 nel corso del 2027. Nonostante l'altitudine dei prezzi attuali possa spaventare, la banca ritiene che non siamo ancora vicini a un punto di rottura in cui il rally possa "crollare sotto il suo stesso peso".

Il contrasto con l'Argento e il fattore Fed

Se l'oro brilla di luce propria, JP Morgan predica invece maggiore cautela sull'argento. A differenza dell'oro, l'argento manca del sostegno sistematico delle banche centrali, che raramente intervengono come acquirenti durante i cali di prezzo (buy-the-dip). Questo scenario suggerisce il rischio di un ulteriore ampliamento del Gold-Silver Ratio nelle prossime settimane, con l'argento che potrebbe mostrare una debolezza relativa rispetto al suo "fratello maggiore".

A dare manforte alle previsioni di JP Morgan si aggiungono altri pesi massimi del settore:

  • UBS, tramite l'analista Giovanni Staunovo, vede l'oro superare i $6.200 entro l'anno.

  • Deutsche Bank ha ribadito un target di $6.000, citando una domanda degli investitori senza precedenti.

I catalizzatori del sell-off: Politica e Margini

Ma cosa ha scatenato il violento ribasso di fine gennaio? Gli osservatori puntano il dito su due fattori principali. In primo luogo, la sfera politica statunitense: la nomina di Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve da parte del presidente Trump ha innescato una rivalutazione delle aspettative sui tassi, rinvigorendo il dollaro e pesando sui metalli.

 

In secondo luogo, un ostacolo tecnico non indifferente: il CME Group ha aumentato i requisiti di margine sui futures dei metalli preziosi. Questa mossa, entrata in vigore dopo la chiusura di lunedì, ha reso molto più oneroso mantenere posizioni speculative aperte.

In pratica l'aumento dei margini ha un effetto a catena immediato, rendendo le posizioni speculative meno attraenti e costringendo una parte del mercato retail, priva di liquidità extra per coprire i nuovi requisiti, a liquidare forzatamente le posizioni.

Nonostante la pressione tecnica e politica di breve termine, i fondamentali restano solidi. La combinazione di acquisti istituzionali record e un contesto macroeconomico incerto continua a rendere l'oro l'asset prediletto per la protezione del capitale nel 2026. Per i trader, la sfida attuale non è prevedere "se" il prezzo salirà, ma gestire la volatilità mentre il mercato si prepara alla prossima gamba rialzista verso i $6.300.

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Carlo Vallotto

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