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Oro e Africa: la storia del Sudafrica tra ricchezza e sfruttamento

Il rapporto tra oro e Africa è antico come il mondo. Due dei dieci maggiori produttori di oro nel mondo sono nazioni africane. Una tradizione secolare di corse frenetiche all’oro, fin dal XIX secolo, di grandi ricchezze, ma anche di profondo disagio, sfruttamento dei lavoratori, spesso minorenni, e violenza sull’ambiente. Il principale protagonista della rivoluzione mineraria nel continente africano è stato ed è tutt’oggi il Sudafrica, patria della prima moneta a contenere un'oncia di oro puro, una delle più ammirate e ricercate.

 


Approfondimento
Regali preziosi, il Kruggerand del Sudafrica

 

Il Sudafrica: una storia travagliata sulla via delle Indie

Approdo strategico per le grandi potenze europee lungo una via marittima sicura per i mercati delle Indie, della Cina e del Giappone, il Sudafrica ha vissuto secoli di lotte interne intense e laceranti, tra le piccole popolazioni autoctone distribuite su territori immensi e il colonialismo della Compagnia delle Indie e dei coloni boeri.

Il rifiuto delle popolazioni locali portò i coloni a importare schiavi da Giava, Angola e costa malgascia, creando un melting pot del tutto peculiare. Dalla seconda metà del XIX secolo il Sudafrica fu diviso in due sezioni distinte, una settentrionale boera e una meridionale britannica, con diverse esigenze e diversi approcci alle popolazioni autoctone.

Nel periodo successivo la scoperta di enormi giacimenti di minerali e metalli preziosi furono alla base di un completo mutamento della politica inglese anche nei confronti dei coloni boeri.

Oro e diamanti aprirono le porte a grandi masse di migranti e ai grandi capitali europei che permisero l’organizzazione su scala industriale dell’estrazione mineraria sulle spalle dei disperati in cerca di fortuna. Una nuova organizzazione economica, basata su industria mineraria e manifatturiera e commercio estero portò da una fase di difesa da scorrerie e nomadismo alla necessità di assoldare manodopera a bassissimo costo. Dato che il problema della mano d’opera era legato a quello della proprietà terriera indigena, il democratico Partito Laburista dette inizio alla politica dell’apartheid, rivelandone da subito il carattere economico.

Le riserve create nel 1913 con il Nactives Land Act, dove potevano vivere solo i cittadini africani, divennero magazzini di forza lavoro a basso costo in zone lontane dai centri minerari, non collegate alla rete ferroviaria, terre di scarto, paludose o desertiche da cui prelevare alla bisogna la quota strettamente e contingentemente necessaria.

Nel 1922 scoppiò una violenta agitazione operaia a conseguenza del brusco calo del 30% del prezzo dell’oro passato da 130 a 90 scellini l’oncia: la Camera delle Miniere nel tentativo di limitare le perdite decise di abbassare il salario giornaliero, di licenziare 4.000 operai bianchi per sostituirli con mano d’opera indigena, che accettava salari dieci volte inferiori

Questo episodio dimostra chiaramente che il razzismo sudafricano ha precisi fondamenti economici tesi unicamente a mantenere al più basso possibile il valore della forza lavoro.

Il 1929, anno della grande depressione mondiale, vide la caduta delle quotazioni dei diamanti, per il crollo del mercato americano, e il ribasso del prezzo della lana che causarono un generale arresto dell’economia sudafricana. Ma le forti riserve auree, il naturale vigore del suo giovane capitalismo ed il forsennato sfruttamento della classe operaia permisero al Sudafrica di superare agilmente la crisi giungendo addirittura nel 1934 a colmare il deficit della bilancia dei pagamenti e nel 1938 a registrare un attivo di 19 milioni di sterline. Il tutto grazie alla tanto disprezzata massa bantù che con il suo lavoro aveva permesso il raddoppio del prodotto nazionale dal 1933 al 1939.” (homolaicus.com) 

Le miniere sudafricane oggi: la forza dell’oro

Oggi il Sudafrica non è più leader mondiale della produzione dell’oro, sebbene secondo le stime dell’US Geological Survey detiene il 50% delle risorse aurifere del pianeta, ma è ancora in testa a livello continentale. Le riserve però iniziano ad esaurirsi e il paese è passato dal 15% della produzione mondiale al 12%.

Questa situazione, con la diminuzione delle miniere e la perdita del lavoro, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita e di lavoro dei minatori, uomini, donne e bambini che accettano condizioni lavorative degradanti e rischiano di morire per poter sopravvivere. Una miniera dismessa è terreno fertile per minatori illegali che cercano l’ultimo filone in autonomia o con l’aiuto degli ultimi tra i disperati. Tra il 2004 e il 2015 un terzo delle 180.000 persone che lavoravano nel settore minerario sudafricano sono state licenziate. Molte sono tornate alle miniere da sole, illegalmente.

 


Approfondimento
Il lavoro minorile nelle miniere d'oro

 

Chi ancora un lavoro in miniera ce l’ha non se la passa meglio e rischia la salute. Negli scorsi anni la corte di Johannesburg ha dato facoltà ai minatori di fare causa alla compagnia in caso di sviluppo di silicosi, una patologia incurabile ai polmoni causata dall’inalazione prolungata di biossido di silicio.

Ugualmente si rischia di morire sotto terra per i crolli, mentre fuori, all’aperto, l’economia sudafricana, come quella di tutto il mondo, si ferma. E ancora si rischia di morire di Covid: 164 minatori sono stati contagiati nelle scorse settimane in una delle miniere AngloGols Ashanti a 75 km da Johannesburg. Nonostante i proprietari della miniera dichiarino di aver fatto rispettare tutti i protocolli sanitari, i minatori di Mponeng avevano più volte segnalato rischi persistenti per la loro salute all’interno del sito.

Prima dell’epidemia di coronavirus, le miniere sudafricane, ricorda la Bbc, sono state in passato focolai di tante altre malattie contagiose, come la tubercolosi e l’Hiv, per il fatto che gli operai vi lavorano per lo più assembrati, ossia con distanze interpersonali quasi inesistenti.

Per quanto ancora accetteremo tutto questo? La scelta dell’oro etico

Quando una prassi diventa inaccettabile, quando siamo di fronte alla violazione dei diritti umani, allo sfruttamento, all’incuranza verso la salute dei più fragili arriva il momento di prendere una posizione, di fare una scelta. Possiamo scegliere di acquistare i nostri gioielli o l’oro da investimento da brand e aziende che abbiano fatto una scelta responsabile e utilizzano oro etico.

Con oro etico si intende una tipologia di oro che viene estratta e lavorata in armonia con l’ecosistema circostante e in collaborazione con le comunità coinvolte e nel rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori.

 


Approfondimento
Cosa sono l'oro etico e la certificazione RJC

 

"Anche Orovilla ha fatto questa scelta diversi anni fa, quando a molti poteva sembrare rischiosa sul breve periodo, ma che invece ci ha permesso di lavorare con etica, mantenendo un’estrema chiarezza con i nostri clienti e consulenti. Abbiamo fatto la scelta giusta.

Orovilla è infatti fin dal 2012 membro RJC, Responsible Jewellery Council, un’organizzazione no profit che certifica più di 850 compagnie della filiera produttiva dell’oro nel processo dall’estrazione alla vendita al dettaglio.

RJC impegna i membri nel rispetto di un codice etico molto dettagliato. Diritti umani, diritti dei lavoratori, impatto ambientale, comunicazione chiara sono solo alcuni dei temi affrontati da RJC.

La preziosità dell’oro non può prescindere dal rispetto. Fare parte di RJC da ormai più di 8 anni è per noi un grande onore e il simbolo del nostro impegno quotidiano per garantire ai nostri figli un futuro migliore, sia economicamente che umanamente." (Oro etico per proteggere le foreste del mondo)

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Per qualsiasi informazione non esitate a contattarci! I nostri consulenti sono sempre a vostra disposizione via e-mail (orovilla@orovilla.com) oppure telefonicamente al numero 02-8853215.

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