L’«oro di Tolosa»

Questa è la storia, o forse la leggenda, di un favoloso tesoro.

Siamo nel 279 a.C., l’Europa è abitata dai popoli celtici, divisi in innumerevoli tribù, a volte alleate, spesso in lotta fra loro. Questi popoli erano sempre alla ricerca di nuovi territori da occupare, di bottini da conquistare; amavano la guerra, non avevano paura di nulla «solo della caduta del cielo sulla loro testa» (così risposero ad Alessandro Magno che interrogava una loro ambasciata). 

Dunque, accadde che in quell’anno ben tre armate celtiche (in numero di 300.000 scrive Pompeo Trogo) si spinsero nella zona danubiana: ad est invasero la Tracia, al centro la Dardania (le odierne Kossovo ed Albania) e a sud la Macedonia. È storicamente nota come la «Grande Spedizione».

Mentre una parte dei celti, dopo le iniziali vittorie, tornò ai luoghi di origine, un contingente, sembra composto da 65.000 uomini, guidato da Brenno (omonimo del condottiero dei Senoni che aveva conquistato Roma nel 390 a.C.), si spinse a sud saccheggiando e razziando i templi di Dodona nell’Epiro, di Zeus ad Olimpia e quello di Apollo a Delfi.

Il bottino, si racconta, fu immenso e, su mille carri stracolmi, venne riportato in Gallia dalla tribù dei Volci Tectosagi e posto in un santuario presso Tolosa.

Qui la storia si mescola alla leggenda perché, mentre i greci raccontano che l’attacco venne respinto grazie all’intervento divino di Apollo e che Brenno morì durante la ritirata per le ferite riportate, il mondo romano tramandò invece la leggenda della maledizione dell’oro per giustificare la successiva disfatta di Arausio.

Arriviamo al 105 a.C. Sconfitti in un primo momento i Volci, i romani poterono mettere le mani sull'aurum Tolosanum, composto, così dicono le cronache, da circa 70 tonnellate d'oro e 400 tonnellate d’argento. Anche se Strabone (Geografia, IV, 1) dubita che l’oro provenisse dal sacco di Delfi e attribuisce il tesoro all’abbondanza di locali risorse di metalli preziosi (recenti scoperte di miniere d’oro galliche sembrerebbero confermare la sua ipotesi).

Ma quell’oro, per la sua provenienza sacrilega, era maledetto e, secondo la storiografia romana (Cicerone fu il primo a parlarne nel «De Natura Deorum»), fu per questo motivo che, nello stesso anno, le legioni romane andarono incontro alla disfatta di Arausio (l’odierna Orange).

Benché poco conosciuta, questa battaglia potrebbe essere tranquillamente citata tra i grandi disastri quali Canne e Teutoburgo: secondo Tito Livio vi perirono infatti 80.000 soldati e 40.000 civili al seguito (sconfitte poi vendicate da Gaio Mario nelle due grandi battaglie di Aquae Sextiae -Aix-en-Provence- e dei Campi Raudii -Vercelli-).

Ma cosa ne fu dell’oro? Sicuramente venne inviato a Roma dove a lungo si parlò del tesoro, anche perché il proconsole della Gallia, Quinto Servilio Cepione, venne accusato di averne sottratto gran parte: per malversazione fu condannato all’esilio (secondo altri a morte) e la sua famiglia cadde in disgrazia (anche se suo nipote sarà poi il famoso Bruto cesaricida).

Venne addirittura coniato un modo di dire: «Aurum habet Tolosanum» («Egli ha l'oro di Tolosa» nel significato di “la sua ricchezza illecita non gli gioverà”). 

Questa almeno è la storia, o la leggenda, che si raccontava a Roma a proposito dell’«oro di Tolosa».

 

 

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