Nuova consapevolezza ambientale e miniere: possono convivere?

C’è un paradosso in questo momento di transizione verde nel mondo: da una parte abbiamo la necessità di sviluppare le tecnologie per far funzionare apparecchi e veicoli sostenibili, dall’altra abbiamo bisogno di nuove miniere per estrarre i materiali e i metalli preziosi fondamentali affinchè tali tecnologie possano funzionare. Sembrerebbe dunque che transizione green e sostenibilità ad un certo punto rischino di cozzare tra loro, visto che l’industria estrattiva è tra le più impattanti e inquinanti.

Non possiamo fare a meno di metalli preziosi e terre rare: una nuova corsa all’oro

La transizione verde e le difficoltà emerse durante la pandemia hanno trasformato la ricerca di materiali essenziali in una competizione tra grandi potenze come non si vedeva dalle storiche corse all’oro e al petrolio. Tanto che secondo il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, l’estrazione di litio, ad esempio, è un mezzo per combattere il cambiamento climatico, ma anche una questione di sicurezza nazionale.

La storia si ripete: il General Mining Act, la legge sulle miniere approvata dal congresso nel 1872, concede ai cercatori il diritto di estrarre sulle terre di proprietà del governo federale. Ed è valida ancora oggi, ma con qualche standard ambientale in più. Almeno quello. Basti pensare che nell’ovest degli Stati Uniti quando finiva la bolla di una materia prima, le città finivano abbandonate e l’economia locale crollava. Questo oggi non potrebbe più accadere.

Oggi le aziende minerarie devono studiare quale impatto avranno le loro attività sull’ambiente e ripulire dove sporcano, senza trasformare le località e le popolazioni locali in agnelli sacrificali in nome della transizione energetica.


Approfondimento
Settore minerario: cosa cambia nel comparto dell'oro? Alcuni dati

La corsa all’oro nei paesi a basso reddito si può conciliare con la tutela ambientale?

Le comunità locali dei paesi a basso reddito hanno un bisogno ancora più urgente del potenziale di benessere economico che le miniere possono portare, ma subiscono in maniera ancora più devastante gli effetti di deforestazione e inquinamento, senza le tutele presenti nei paesi ad alto reddito.

Esistono però alcuni casi di successo che hanno dimostrato che è possibile conciliare miniere e tutela ambientale, in un momento in cui l’estrazione di minerali, metalli preziosi e terre rare si rende ancora  più fondamentale per la transizione green.

Esiste uno studio su Nature Soustainability pubblicato da un team di ricercatori della Bangor University e dell’Université de Montpellier  (“On track to achieve no net loss of forest at Madagascar’s biggest mine”), che è stato in grado di dimostrare l’impatto di una compensazione della biodiversità nella zona della grande miniera di Ambatovy in Madagascar, di proprietà della multinazionale giapponese Sumitomo Corporation.

Nel caso di Ambatovy, la Sumitomo Corporation si è impegnata a compensare la biodiversità persa a causa del disboscamento e del danneggiamento di circa 5.000 acri di foresta pluviale nella parte orientale del Madagascar, rallentando o arrestando la deforestazione su foreste simili in una regione che copre circa 70.000 acri. Il territorio è stato diviso in 4 diverse aree, alcune direttamente sotto il controllo della compagnia mineraria giapponese, altre gestite da associazioni ambientaliste come Conservation International; in queste  aree, la multinazionale mineraria ha pagato il monitoraggio ecologico, la creazione di associazioni comunitarie per aiutare a gestire le foreste, l’educazione ambientale, la repressione di attività come la bonifica dei terreni per l’agricoltura o l’estrazione di oro e il sostegno ad altre attività economiche come la coltivazione di alberi da frutto.

La principale autrice dello studio, Katie Devenish dell’università di Bangor, sottolinea che «Ambatovy mira a preservare le foreste, rallentando la deforestazione causata dall’agricoltura su piccola scala altrove, per compensare la foresta che ha disboscato nel sito minerario. La nostra analisi suggerisce che hanno già salvato quasi tutta la foresta persa nel sito minerario. Stimiamo che entro la fine del 2021 non ci sia stata nessuna perdita netta di foresta».

Nel complesso, gli scienziati hanno scoperto che la deforestazione è stata ridotta del 58% all’anno nelle foreste protette, rispetto alle foreste gemelle non protette. Questo equivale a circa 4.000 acri di foresta che altrimenti sarebbero stati probabilmente abbattuti tra il 2009 e il 2020, mettendo il progetto sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo promesso di eguagliare la foresta distrutta dalla miniera.

Sebbene non sia ancora  possibile avere dati definitivi sull’esito dello studio sulle specie animali e vegetali, appare evidente che questa potrebbe rivelarsi la strada maestra per riuscire a far convivere l’esigenza di utilizzare, creare e sfruttare le miniere anche in zone naturalisticamente importanti, conflittuali o appartenenti a popolazioni fortemente radicate e l’altrettanto, se non più urgente, necessità di conservare gli habitat e le specie per evitare di esacerbare ulteriormente l’emergenza ecologica e climatica.

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