Venerdì, 14 febbraio 2020

9 conseguenze economiche del Coronavirus a livello globale

Di previsioni ne avevamo, fatte diverse, ci eravamo fatti un’idea di come sarebbe potuto andare il 2020. Ma un virus no, non l’avevamo considerato. Eppure è arrivato in tutta la sua evidenza economica. Perché al di là dell’ansia, delle preoccupazioni, delle fake news e degli atti di irragionevole razzismo, c’è un aspetto che avrà a nostro avviso una ripercussione sulle nostre vite ben maggiore rispetto al virus stesso: le sue conseguenze sull’economia globale.

I primi dati e i primi outlook ci sono già, abbiamo raccolto le idee e stilato un piccolo elenco degli effetti a breve termine del Coronavirus sulla finanza e sulla vita economica quotidiana. Abbiamo volutamente evitato confronti, stime e dati su contagiati, decessi e pericolosità del virus su cui ben altri più esperti di noi possono e devono fare chiarezza.

9 effetti del coronavirus sull’economia globale

Secondo gli analisti l’impatto economico dell’infezione sarà superiore a quello della Sars. Se la sindrome del 2003 fece sparire in poche settimane 25,3 miliardi di dollari del PIL cinese, il coronavirus ha già superato quota 40 miliardi in pochi giorni e ha portato alla chiusura di uno dei paesi più grandi del mondo, quando per la Sars non accadde nemmeno per una sola città. Quali le conseguenze a breve e medio termine?

  1. Isolamento del gigante asiatico e blocco dei voli verso e dalla Cina.

La più grande operazione di quarantena della storia, un intero paese isolato dal resto del mondo per affrontare la crisi. Le grandi compagnie aeree occidentali hanno bloccato i voli da e per la Cina: British Airways, American Airlines, Lufthansa, Swiss Airlines, Austrian Airlines, Cathay Pacific di Hog Kong. Il 30 gennaio l’Italia ha sospeso tutto il traffico aereo con la Cina e altri paesi hanno bloccato o fortemente limitato i collegamenti, una paralisi che si protrarrà, pare, almeno fino a fine marzo.

  1. Contrazione del PIL cinese

Molte aziende sono rimaste chiuse ben oltre il periodo delle festività del capodanno lunare. La durata delle chiusure forzate sarà un indicatore fondamentale dell’impatto del virus sull’economia. Quando nel 2003 la Sars si diffuse quasi esclusivamente tra Cina e Hong Kong, il PIL cinese precipitò di più di un punto percentuale, con nessuna ripercussione sul resto del mondo. Oggi la situazione è ben diversa. 16 anni fa la Cina stava affrontando un momento di crescita straordinario (+10% annuo) e si riprese quasi immediatamente. Oggi le stime prevedono una crescita solo del 5% o forse ancora meno, in un contesto di rallentamento già evidente, con enormi ripercussioni sull’economia globale.

  1. Contrazione del PIL mondiale

Con una riduzione del tasso di crescita di tali proporzioni, anche un punto di crescita in meno fa molta differenza per tutti. La Cina vale da sola 1/3 dell’economia mondiale. Una paralisi significa meno esportazioni (il made in China copre gran parte della componentistica essenziale per la produzione di un enorme varietà di oggetti e parti elettroniche, dalle auto agli smartphone, dai computer all’abbigliamento, fino all’oggettistica e ai giganti dell’e-commerce), ma anche meno importazioni di materie prime come petrolio e derrate alimentari. Goldman Sachs stima che nel 2020 il PIL mondiale perderà almeno mezzo punto percentuale, considerato che la Repubblica Popolare Cinese conta da sola il 15% del prodotto interno lordo globale. Oil Price, sito che analizza il costo del petrolio, l’analisi è chiara: “Anche il timore che le persone smettano di viaggiare è sufficiente per provocare una depressione economica […] La sola percezione (del possibile contagio, ndr) crea ondate nell’economia mondiale mentre le persone cambiano abitudini di viaggi, acquisti e commercio”.

  1. Contrazione dei consumi

Molti gruppi automobilistici hanno prolungato lo stop alla produzione nelle fabbriche cinesi, Hyunday e Toyota non ricevono più le componentistiche necessarie a proseguire la produzione di auto, si riscontrano i primi ritardi nella consegna degli smartphone. La chiusura degli esercizi commerciali farà diminuire le spese per trasporti, acquisti al dettaglio, turismo e intrattenimento. Lo choc economico potrebbe essere tale da non permettere al paese di riprendersi con la stessa prontezza del 2003, perché oggi la Cina è molto più condizionata dai consumi rispetto a 16 anni fa.

  1. Il pericolo per le borse e la finanza

Prima ancora che sull’economia gli impatti immediati dell’epidemia li vedremo sulla finanza a causa dell’effetto panico. I mercati sono già sull’orlo del baratro, pompati da liquidità facile e tassi d’interesse negativi, la bolla è pronta a scoppiare.

  • I rendimenti sui Titoli del tesoro Usa sono crollati del 17% nell’ultimo mese, i prezzi saliti di altrettanto grazie alla domanda degli investitori che abbandona gli investimenti azionari.
  • L’enterprise value (il valore d’impresa a cui un’azienda può essere venduta in base a capitalizzazione + debiti) è 3,6 volte il fatturato; quando scoppiò la bolla delle dot.com era la metà
  • Il gap tra il valore in borsa delle azioni di un’azienda e i profitti che dovrebbero giustificarlo è enorme. Il rapporto quota/profitti è a 25!

Il coronavirus è lo spillo che farà scoppiare la bolla? Nel 2003 le borse persero al culmine dell’epidemia il 10%. Un mese dopo avevano già ripreso il 15%. Oggi siamo su un terreno ignoto. Con la Cina blindata e isolata tutto dipende da quanto durerà l’emergenza. Non resta che navigare a vista…

  1. Chiusi per virus

Se si ferma l’industria della componentistica cinese, la manifattura mondiale rischia il blocco totale. Il 30 gennaio la giapponese Toyota ha fermato la produzione fino al 9 febbraio. Il 4 febbraio la coreana Hyundai decide di sospendere la produzione in tutti i suoi stabilimenti in Corea perché paralizzata dalla mancanza di componenti cinesi causa chiusura degli stabilimenti. Il gruppo Swatch è impossibilitato a presentare le nuove collezioni al Salone dell’orologeria a Zurigo e annulla la partecipazione. Dalla settimana scorsa, multinazionali simbolo come l’americana Starbucks ha chiuso metà dei suoi 4.300 caffè sparsi nel Paese. Chiusi anche centinaia di McDonald’s e una dozzina di negozi di abbigliamento della catena svedese H&M e della catena giapponese del cashmire low cost Uniqlo. La svedese Ikea ha chiuso tutti i 30 negozi e ha limitato i viaggi in Cina dei dipendenti, stessa misura presa da Facebook. Anche Google ha deciso di chiudere temporaneamente tutti gli uffici in Cina, Hong Kong e Taiwan. In grandi aziende come Alibaba, Novartise Volkswagen si chiede al personale cinese di lavorare da casa. Bytedance, gruppo proprietario di Tik Tok, ha chiesto ai dipendenti che hanno viaggiato durante le feste del Capodanno cinese di mettersi da soli in quarantena per 14 giorni. Una richiesta simile l’ha fatta la società dell’ecommerce Pinduoduoe UBS Group. Quella di HSBC, Goldman Sachse Standard Chartered  è più di una richiesta: hanno vietato ai dipendenti i viaggi in Cina e a Hong Kong.

Il coronavirus impatterà in modo pesante anche sull industria del lusso, dallo champagne all’abbigliamento alla cosmesi. La Cina continentale rappresenta il principale mercato globale per le vendite dei maggiori brand del lusso.

  1. Il crollo del prezzo del petrolio

Un timido calo del prezzo della benzina e del gasolio potrebbe avervi stupito positivamente. In realtà è una delle conseguenze (sebbene la meno evidente e la meno incisiva) del crollo del prezzo del petrolio di oltre il 6%. La Cina ha buona parte della responsabilità come uno dei mercati più importanti, insieme all’India, di petrolio, avendone diminuito drasticamente il consumo.

Da quanto si legge sul Financial Times, “gli analisti di Goldman Sachs hanno cercato di fare i conti dando dei numeri. Studiando il virus Sars nel 2003 e aggiustando la richiesta di petrolio della Cina alle statistiche attuali, molto più alte, stimano che l’impatto potrebbe essere di meno 300.000 barili al giorno. Una parte relativamente piccola considerando che il mercato globale è di 100 milioni di barili al giorno”. Sempre secondo Goldman Sachs, “il coronavirus potrebbe avere lo stesso effetto nel mercato petrolifero che il virus Sars diffuso nel 2002-2003. Con un crollo del prezzo del petrolio del 20%”. Dei 260.000 barili in meno di petrolio al giorno, 170.000 sarebbero per la riduzione del combustibile degli aerei. Goldman Sachs aveva previsto una riduzione del prezzo del petrolio di circa 2,9 dollari il barile. Ma la realtà ha superato i pronostici: da 65,95 dollari è caduto a 61,41 dollari, e continuerà in basso.

  1. Le conseguenze in Italia tra lusso e turismo

Non è solo la via della Seta a creare grossi disagi all’economia italiana. Il consumo dei cittadini cinesi equivale ad un terzo del mercato del lusso. Gli acquisti di lusso in Italia vengono fatti principalmente da cinesi (28% del totale), per un totale di 462 milioni di euro, i quali spendono anche in media 1500 euro a testa per viaggiare in Italia. Il 2020 doveva essere l’anno del turismo cinese in Italia che avrebbe portato 4 milioni di turisti nel nostro Paese. Se consideriamo i rapporti economici sempre più stretti tra l’Italia e la Cina il rischio è ancora più elevato, considerato che in un’economia stagnante qual è quella italiana da qualche anno, gli introiti provenienti dagli accordi italo-cinesi sono una boccata d’aria quantomeno importante.

  1. Le borse oscillano tra crolli e forti riprese, l’oro risale con cautela

Le borse cinesi hanno bruciato in una sola giornata, il 3 febbraio, 420 miliardi di dollari. Hanno poi recuperato quasi il 2% sull’onda della fiducia verso il governo cinese che sta prendendo forti misure a sostegno dell’economia per arginare gli effetti del virus. La sovraesposizione mediatica e l’infodemia (l’epidemia di ricerche effettuate su Google sull’argomento) condizionano anche i mercati.

Quindi da una parte la crisi della borsa asiatica ha effetti a catena sulle altre borse del pianeta, i mercati globali registrano perdite e si diffonde il panico tra gli investitori che porta a vendite dei titoli più a rischio, in primis quelli legati al settore del turismo.

Dall’altra i beni rifugio per eccellenza si rafforzano su tutti i mercati finanziari. L’oro ha avuto una crescita netta tra la fine del 2019 e i primi giorni di gennaio, quando ha raggiunto i 1600 $/oncia, ma resta piuttosto stabile, quasi prudentemente in attesa. I grandi investitori stanno iniziando a spostare cifre cospicue sui beni rifugio. Voi che aspettate?

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ORONews rubrica economica di Orovilla