Lavoro minorile nelle miniere, la vergogna sommersa alla luce del sole
La vergogna per le condizioni dei bambini che lavorano nelle miniere non può emergere solo il 12 giugno, Giornata Internazionale contro il lavoro minorile. Questa vergogna dovrebbe colpirci ogni giorno, senza sosta.
Perché nascoste dietro l’illusione di ricchezza e della speranza di trovare abbastanza oro da diventare ricchi, ci sono fame e miseria, malattia e fatica, per bambini che dovrebbero stare sui banchi di scuola, giocare, ridere e perdere tempo, come fanno i nostri.
Dabal e Alice, 2 dei 160 milioni di bambini schiavi nel mondo
"Dabal sorride mentre esce da una buca profonda 20 metri, è soddisfatto anche se oggi non ha trovato nemmeno un grammo d’oro. Dabal ha 15 anni. Puntuale alle 8 del mattino arriva alla miniera, una delle tante sparse nella savana del Burkina Faso nell’Africa subsahariana, un Paese che continua a sprofondare nella miseria tra colpi di Stato militari, corruzione e instabilità politica, terreno fertile per i terroristi di Boko Haram che negli ultimi anni hanno allargato i loro confini geografici attraversando la Nigeria e il Niger fino al Nord del Burkina al confine con il Mali. Poco distanti dalle organizzate miniere professionali, business riservato ai paesi dell’Occidente, queste miniere artigianali spuntano tra un villaggio e l’altro, non ci sono macchinari per estrarre il prezioso metallo, solo braccia che scavano, secchi e corde per farsi calare nelle buche che sembrano fosse da cimitero e a volte lo diventano, quando la stagione delle piogge li coglie all’improvviso e alcuni non ritornano in superficie.
«Siamo io, i miei genitori e 5 fratelli». racconta il giovane Dabal Moussa, «mia madre e mio padre lavorano i campi», ma in Burkina la terra da coltivare quasi non c’è. Qualche ettaro seminato a miglio e raccolti sempre più scarsi, mentre qui chi trova l’oro se lo tiene e lo può vendere. I compratori non mancano, controllano il lavoro, stabiliscono i prezzi e pagano in contanti. Uno di loro si avvicina incuriosito dalla presenza dei bianchi nella miniera di Nebià e ci mostra un sassolino d’oro che non supera i due millimetri di diametro. «Si scavano buche che arrivano anche a 30 metri di profondità e l’oro c’è» assicura. Chi lo trova si rivolge a lui per venderlo in giornata e incassare il contante, quando gli affari vanno bene. Accanto alle “fosse” già scavate Jacques, poco meno di vent’anni, si aggira sul terreno con un metal detector artigianale quanto la miniera. A pochi metri dalla porzione di terra ispezionata da Jacques da una buca emerge uno degli “specialisti”. Il tempo di vedere la luce del giorno per calarsi subito nel buio della terra rossa da cui si scorge ormai solo il suo pollice alzato, segno che un secchio è pronto per essere vuotato in superficie e ricalato con una corda sfilacciata al limite della tenuta. Come Dabal, tanti piccoli cercatori d’oro, i bambini del buio del Burkina Faso lavorano senza sosta, senza cibo né acqua.
Verso sera, quando le miniere si svuotano, Dabal trascina i piedi sporchi alla scuola coranica, magari con l’equivalente di sei euro in tasca, una piccola fortuna, una pagliuzza d’oro per sfamare una famiglia numerosa, una delle tante nel Paese degli uomini integri, ex Alto Volta che il 4 agosto 1984 cambiò nome grazie all’allora presidente rivoluzionario Thomas Sankara, assassinato tre anni dopo durante un colpo di Stato organizzato dall’ex compagno d’armi Blaise Compaoré. (…)
Poco distante da Dabal, Alice maneggia abilmente una terrina di plastica facendola roteare alla ricerca di un milligrammo d’oro, una briciola quasi invisibile. Alza lo sguardo, due occhi neri e profondi come le buche della miniera fissano i nasara - così vengono chiamati i bianchi - poi ricomincia a far roteare la terrina corrosa dal mercurio e dal cianuro, i veleni usati dai bambini per lavare l’oro, anche se i giovani minatori negano l’utilizzo di queste sostanze. Ignari, forse, di inalare un metallo pesante potenzialmente letale. Ma tutto questo Alice non lo sa: in fondo ha soltanto sette anni, non parla francese, non sa nemmeno come sia fatto un banco di scuola, non ci è mai andata. Lavora alla miniera dalla mattina alla sera, magra e sporca sembra un’orfana assoldata come manovalanza da chi controlla quel lembo di savana poco distante dal villaggio di Dassà. Ma a Nebià ci arriva con la madre che zappa la terra, dove sarà scavata una nuova buca, e due sorelle più piccole.
Alice è già stanca a metà giornata, ricoperta di polvere e affamata.
In certi momenti lancia uno sguardo alla bottiglia vuota, vorrebbe bere un sorso d’acqua, ma con i suoi sette anni sa che quell’acqua non è destinata a lei, sa che il desiderio di placare la sua sete e alleviare la gola arsa non può valere quanto i 15 mila franchi Cefa di un grammo d’oro, poco più di 20 euro, una piccola fortuna che può emergere dalla sua terrina.
Attraversando la miniera di Nebià se ne incontrano a decine di bambini e ragazzi in cerca del prezioso oro, analfabeti senza futuro né prospettive, convinti che basti tenere tra le mani qualche grammo del brillante minerale per assicurarsi una vita dignitosa, lontana dalla fame e dalla miseria, condizioni in cui la maggior parte dei bambini del buio continueranno invece a vivere ma ancora non lo sanno, i loro occhi innocenti brillano di una speranza che si riflette nella polvere dorata.
Lasciando le miniere di Nebià, ai più grandi si augura buona fortuna e ai più piccoli si allunga quasi con vergogna una manciata di caramelle in attesa che ancora qualcosa avvenga nel Paese degli uomini integri dove già qualcuno, sommessamente, sogna la rivoluzione."
(tratto da: I bambini minatori nell'inferno delle cave d'oro del Burkina Faso)
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Combattere la piaga del lavoro minorile nelle miniere d'oro
Lo sfruttamento del lavoro minorile è una piaga disumana che può guarire. La consapevolezza delle nostre scelte, come aziende e come consumatori è alla base di un possibile cambio di rotta.
Orovilla è membro RJC, innovazione e rispetto per l'ambiente e le persone. Il Code of Practice RJC è un regolamento che affronta argomenti importanti come ambiente, impatto, pratiche minerarie, ma anche diritti umani e del lavoro.
Nello specifico un capitolo del Code of Practice delinea le linee guida per il lavoro minorile e minori. I membri RJC non supportano in alcun modo le miniere che sfruttano il lavoro dei bambini. Quando accade che venga scoperto un abuso o sfruttamento di bambini i membri hanno il dovere morale di offrire adeguato supporto alle famiglie per permettere loro di frequentare e restare a scuola finché non saranno più Bambini. Poiché però in molti paesi la sussistenza della gran parte delle famiglie dipende anche dai figli non ancora maggiorenni che possono permettersi di andare a lavorare, i membri devono assicurare ai giovani minorenni un adeguato numero di ore di riposo, adeguata scolarizzazione, un salario accettabile e l’impiego in lavorazioni che non mettano in pericolo la loro salute.
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