Bitcoin e sostenibilità: vince ancora l’oro fisico

Dicono che gli anni ’20 saranno gli anni delle valute digitali, ma, aggiungiamo noi, solo se continueranno ad essere economicamente sostenibili, perché le criptovalute sono incredibilmente energivore e si sta profilando all’orizzonte un grande problema di sostenibilità ambientale.

Quanto consumiamo nella produzione di Bitcoin e quanto ci costa

Incredibile pensare che una moneta che fisicamente non esiste possa avere un costo di produzione tanto elevato. Se un Bitcoin vale circa 8500$ (febbraio 2020), estrarlo in Italia ne costerebbe 10.000, in Germania avrebbe un costo ancora maggiore, in Francia si potrebbe sperare di rientrare delle spese, mentre in Venezuela costerebbe poco più di 500$.

Nei mesi scorsi una ricerca ha mostrato che il consumo di energia di Bitcoin è maggiore di quello combinato di 159 stati compresi quasi tutti gli stati africani; oggi il consumo sembra addirittura raddoppiato.

Perché un tale paradosso economico? Partiamo da qualche numero.

Per ogni transazione Bitcoin sono necessari circa 215 kWh (Kilowattora). Con lo stesso quantitativo di energia è possibile alimentare un’intera casa per una settimana, o circa 8,5 case per un giorno intero. Mediamente vengono eseguite 300.000 transazioni bitcoin ogni giorno.

Se combiniamo poi Bitcoin ed Ethereum (il secondo blockchain network per grandezza), il consumo annuale stimato è di circa 60 TWh (Terawattora). Per fare un paragone, il consumo annuale dell’Irlanda è di circa 25 TWh. 

Il 17 novembre 2017 un Bitcoin valeva 7.844,02 dollari. Un mese dopo, la stessa moneta veniva scambiata per 19.497,5$. Rispetto alla quotazione di novembre, il suo valore era triplicato e la capitalizzazione totale sul mercato aveva raggiunto e superato i 326,5 miliardi, segnando un +2.003% da inizio anno. Solo 40 giorni dopo, però, tutto sembrava finito. Il 5 febbraio 2018, un Bitcoin tornava a valere 7.489$ e la sua capitalizzazione crollava al di sotto dei 130 miliardi, dopo averne bruciati 200 in poco più di un mese. Matt O’Brien, sulle pagine del The Washington Post, la definì la “più perfetta delle bolle possibili”.

Una situazione dunque estremamente precaria, sostenuta da un sistema energivoro di proporzioni immense e, per il momento, dall’utilizzo dei combustibili fossili. È sostenibile per una moneta che fatica, e faticherà in futuro, a diventare reale moneta di scambio nella vita quotidiana?

Come si estraggono le criptovalute?

Tutto quel dispendio di energia ha uno scopo importante: mettere al sicuro le criptovalute dagli attacchi attraverso la tecnologia blockchain. È possibile renderle sicure ed evitare la presenza di un’autorità centrale che debba validare le transazioni, aumentando la potenza di elaborazione necessaria per prendere il controllo delle transazioni.

La tecnologia che sostiene l’universo delle criptovalute, la blockchain, è un metodo per conservare le informazioni digitali: tali informazioni vengono raccolte in blocchi aggiunti in successione fino a creare delle catene di blocchi, un libro mastro di tutte le operazioni, dati o transazioni eseguite, conservato collettivamente nei diversi nodi che compongono la rete.

I miners processano i blocchi necessari per l’esecuzione delle operazioni in cambio di un riconoscimento in criptovalute. Minare un blocco significa risolvere complicatissimi problemi computazionali, gestiti esclusivamente da intere farm di potentissimi computer, che inevitabilmente consumano enormi quantitativi di energia.

 


Approfondimento
I Bitcoin sono davvero l’oro digitale?

 

Il futuro delle criptovalute tra energie rinnovabili e il sostegno dell’oro fisico

La tecnologia blockchain può avere moltissime applicazioni anche nel settore della sostenibilità, ad esempio nel controllo delle emissioni di carbonio ai trasporti, dalle transazioni internazionali alle identità digitali dei singoli, etc. In questi settori l’impatto ambientale della blockchain è del tutto trascurabile, perché non necessita di grandi quantità di energia per funzionare.

Discorso ben diverso per quanto riguarda le criptovalute che, se da un lato permettono alti livelli di sicurezza per l’intero sistema, dall’altro tale sicurezza è garantita da potenti incentivi a consumare più energia possibile per assicurarsi di aggiungere il blocco alla catena e assicurarsi le monete in palio.

Esistono concrete possibilità di ridurre il consumo di energia semplificando le transazioni o creando delle criptovalute green che utilizzano energie rinnovabili, ma il discorso non è così semplice nè tanto meno lineare. Esistono realtà che già operano utilizzando energia solare, idroelettrica o geotermica; in Moldavia, presso l’Accademia delle Scienze, è stato installato un impianto di oltre 3000 pannelli fotovoltaici ad esclusivo uso dei miners.

In Islanda la quasi totalità dell’energia utilizzata proviene da fonti rinnovabili e il clima molto freddo consente di risparmiare sul raffreddamento dei computer, ma ben presto il consumo di energia delle farm islandesi potrebbe superare il consumo domestico di tutte le abitazioni del paese e addirittura la produzione di energia elettrica dell’intera Islanda.

Ottimi esempi di estrazione consapevole ma, se consideriamo però che la maggior parte delle mining farm hanno sede in Cina, il paese che più di ogni altro utilizza combustibili fossili per la produzione energetica, le pratiche etiche diventano una goccia nel mare.

Esiste inoltre una contraddizione di base che mina i tentativi di ricercare fonti sostenibili per la produzione di criptovalute. Da una parte i sostenitori del mondo delle valute digitali sostiene che l’attenzione non vada portata su chi utilizza l’energia non rinnovabile, ma su chi la produce. Dall’altra, trattandosi di un sistema privato, è la comunità dei miners a doversi organizzare per mantenere un decente livello di sostenibilità, mentre l’interesse sta nel cercare energia a buon mercato (il carbone cinese) più che nell’investire in energia rinnovabile.

Esiste però un’alternativa che si sta facendo largo non solo tra le farm private, ma tra le banche più importanti del mondo e nelle sedi governative: l’oro digitale potrebbe rispondere alla necessità di stabilità e sostenibilità.

E alla fine le criptovalute si agganciano all’oro

Viene chiamato e-gold o oro digitale e ha la sua origine nel 1995, quando nacque la prima moneta digitale sostenuta dall’oro fisico come forma di pagamento alternativo. Si era ben lontani dalla nascita delle criptovalute e molti furono i tentativi di replica dopo la sua chiusura.

Oggi, con la tecnologia blockchain e una nuova sicurezza delle valute digitali emerge una nuova consapevolezza e una nuova necessità di stabilità: ogni giorno nascono nuove criptovalute sostenute dall’oro o stable coin, create in modo che il loro prezzo corrisponda a quello dell’oro e che oscilli in modo proporzionale al bene rifugio per eccellenza.

Una moneta e-gold è una forma di moneta elettronica basata su unità di massa d’oro. Viene emesso un token che rappresenta il valore dell’oro, ad esempio una moneta equivale ad un grammo d’oro; l’oro viene custodito presso terzi e può essere scambiato con altri possessori di monete. Il valore minimo della moneta digitale corrisponde al valore dell’oro, ma può anche aumentare di valore e superarlo. La popolarità dell’oro digitale dipende proprio dalla sua universalità e dall’indipendenza dai tassi di cambio, proprio come l’oro fisico.

L’estrazione di queste criptovalute legate ad asset d’oro è meno dispendiosa e il loro valore più sicuro. Gli investimenti provengono anche dai governi e da realtà pubbliche che sono in grado di sostenere politiche di sviluppo di tecnologie per l’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili. Quando tutta l’energia utilizzata sarà proveniente da fonti rinnovabili e tutto l’oro corrispondente sarà anche oro sostenibile avremo creato la vera criptovaluta green, stabile, sicura.

 


Vuoi saperne di piu?
Orovilla è membro RJC

 

Lo sapevi che… L’oro digitale sta interessando i governi di molti paesi. Dopo l’Australia anche la Turchia ha annunciato il lancio di BiGA Digital Gold, una nuova piattaforma basata sulla tecnologia blockchain che consentirà il trasferimento di asset digitali il cui valore è agganciato all’oro fisico e la cui archiviazione sarà presa in carico dalla borsa di Instanbul. Al progetto hanno partecipato alcune tra le maggiori banche turche, nonché finanziatori sia statali che privati, a conferma di quanto la Turchia, intesa proprio come sistema paese, abbia deciso di investire sulla tecnologia blockchain. Il dubbio che resta è: da dove proviene l’oro turco? In che misura si tratta di oro "sostenibile"?

 


Approfondimento
La Turchia e il traffico dell’oro venezuelano

 

--

Per qualsiasi informazione non esitate a contattarci! I nostri consulenti sono sempre a vostra disposizione via e-mail (orovilla@orovilla.com) oppure telefonicamente al numero 02-8853215.


Archivio news >